
ACONCAGUA: RICERCA MEDICA A 6962 METRI
Alta quota / 17 giugno 2026
Tre medici, una montagna di quasi settemila metri e una domanda concreta: come reagisce il corpo umano quando quota, freddo e fatica diventano parte dello stesso esperimento.
Al rientro ci hanno chiesto quali erano le nostre paure per questo viaggio. Abbiamo risposto: “diventare vittime delle stesse malattie che stiamo andando a studiare.”
Il 22 febbraio 2025, alle 2 del mattino, ci svegliamo nella nostra tenda a 6000 metri di quota, al Campo 3 della montagna più alta delle Ande. Ci svegliamo prima rispetto ai gruppi delle altre spedizioni perché dobbiamo sciogliere la neve e produrre abbastanza acqua per tutti e tre: almeno 6 litri in totale, e con un fornelletto a gas il tempo serve.

La paura giusta
Siamo su quel monte da quasi due settimane, dopo un lavoro di pianificazione e preparazione durato più di 6 mesi: vagoni di burocrazia, test in quota dell’attrezzatura clinica sul Monte Bianco e tanti allenamenti tra i turni in ospedale.
Questo era il progetto più ambizioso che avessimo mai ideato. Sono anni che studiamo le patologie d’alta quota e l’efficacia dei trattamenti oggi esistenti. I nostri esperimenti in quota erano stati promettenti, ma la quota di lavoro aveva raggiunto i 3500 metri sul Monte Bianco, dove ogni volta riuscivamo a portare con discreta facilità attrezzature e volontari attraverso la Skyway, la comoda funivia che parte da Courmayeur.
Le patologie d’alta quota uccidono decine di alpinisti, guide e portatori ogni anno. La forma meno grave è il mal di montagna acuto: mal di testa e nausea che rendono spiacevole la permanenza in quota. Ben più gravi sono invece l’edema polmonare e l’edema cerebrale d’alta quota, caratterizzati rispettivamente da un accumulo di liquidi nei polmoni e nel cervello, condizioni che possono portare alla morte in poche ore se non si agisce con il trattamento principale: scendere di quota il prima e il più velocemente possibile.
Questo non sempre è fattibile. A volte ci si trova in condizioni in cui gli elicotteri non riescono a volare per il maltempo, oppure la persona da evacuare è in una zona difficile da raggiungere.
Ed ecco la nostra paura: abbiamo deciso di spingerci alle quote giuste per studiare queste patologie, ma noi stessi potremmo diventarne vittime.
Medical Pirates
In questi casi i medici d’alta quota possono rallentare la progressione verso la morte somministrando ossigeno e alcuni farmaci.
È in questo ambito che noi Medical Pirates da quattro anni impieghiamo il nostro tempo libero. Siamo un gruppo di medici, soccorritori e ricercatori con tre obiettivi: fare ricerca sulla fisiologia umana in ambienti estremi, combinando la passione per l’esplorazione con la competenza medica; divulgare questi argomenti, spesso ignorati ma a volte fatali per chi lavora o si avventura in questi ambienti; mangiare tanto e bene.

Questi valori ci portano a spingerci in luoghi e situazioni dove prima nessun ricercatore si è spinto, per dare il nostro piccolo contributo alla ricerca.
Quando abbiamo deciso di portare i nostri esperimenti sull’Aconcagua, la montagna più alta della cordigliera andina, ci frullavano in testa molte domande: prenderemo delle guide? Come porteremo tutto il materiale a quelle quote? Come ci difenderemo dai venti capaci di spazzare via le tende e dal freddo? Ma soprattutto: ce la faremo?
Alla fine siamo medici e ricercatori, non alpinisti professionisti con la possibilità di allenarsi tutti i giorni.
Il progetto prende quota
Non siamo un gruppo di ricercatori di primo pelo e così abbiamo trovato il supporto di vari enti: il dipartimento di Medicina dei Viaggi dell’Università di Zurigo, società scientifiche come la Società Italiana di Medicina degli Ambienti Estremi e il Club Alpino Italiano, che hanno patrocinato il progetto.
Eravamo tre: Paolo Rodi, chirurgo svizzero che ha fondato BiAlp, una società scientifica che si occupa di ricerca sul soccorso in valanga; Davide Pellegrini, operatore del Soccorso Alpino CNSAS e cuoco formidabile; ed io, Giovanni Cappa, medico d’emergenza-urgenza.
Per aumentare le nostre possibilità di successo abbiamo trovato alleati che ci hanno fornito il materiale per affrontare la sfida. Tra questi PHY Diving, che ci ha fornito capi termici tecnici diventati la nostra seconda pelle nelle settimane trascorse sul “colosso”, come le guide locali chiamano l’Aconcagua.

L’11 febbraio arriviamo al campo base e dopo tre giorni di acclimatamento cominciamo la salita, soli, senza guide e senza portatori. Era l’opportunità di essere autonomi, ma soprattutto responsabili e consapevoli di ogni nostro passo.
Campo 3
Nei mesi precedenti avevamo studiato in modo scrupoloso il percorso: internet, libri, tavoli pieni di carte e conversazioni con chi c’era già stato. Tra questi Luca Colli, super alpinista che ci ha regalato consigli preziosi, e Luca Bergonzi, nostro concittadino passato da lì l’anno prima.
Nella nostra tenda arancione, strapazzata dal vento, ogni sera si decideva cosa fare il giorno dopo, cartine alla mano, con una radio sempre pronta per comunicare con i ranger e ricevere informazioni meteo.
Tra lame di ghiaccio e paesaggi marziani siamo arrivati al Campo 3 dell’Aconcagua, a 6000 metri, dove il 21 febbraio abbiamo raccolto gli ultimi dati necessari al nostro studio: come risponde il corpo umano respirando attraverso una particolare valvola e studiando i polmoni con un ecografo portatile di ultima generazione, prestatoci da Accumed, che ricaricavamo con pannelli solari portati esclusivamente per questo.

La ricerca clinica per noi finiva lì. Il giorno dopo, però, si presentava una finestra meteo favorevole per raggiungere la vetta a 6962 metri.
La vetta
A quanto pare il vento sarebbe stato accettabile. Nella maggior parte delle giornate supera i 100 km/h ed è in grado di buttare a terra le persone. La via normale per la vetta non è tecnicamente complicata, ma è sfiancante. Restare così a lungo a quelle quote non è piacevole: mal di testa e nausea diventano una compagnia costante e ogni passo è uno sforzo che sorprende.
Ci svegliamo alle 2 del 22 febbraio, beviamo, zaini in spalla e partiamo un’ora dopo. Davanti a noi ci sono due gruppi di lucine: altri alpinisti già in viaggio verso la vetta.
Il freddo è micidiale: -22 °C, a cui si aggiunge il vento tagliente. Ogni manciata di passi bisogna fermarsi per prendere fiato. Aspettiamo con trepidazione i primi raggi di sole, sperando che ci scaldino.
Passo dopo passo superiamo le altre cordate. A 6300 metri, alle prime luci dell’alba, siamo sopra tutte le altre montagne. Picchi di 5000 e 6000 metri sembrano sotto di noi. Tra le luci rosacee vediamo l’ombra mastodontica dell’Aconcagua scurire le montagne fino all’orizzonte.
Arriviamo in vetta svuotati, con la lingua fuori: un terrazzino arido di roccia rossa con al centro una piccola croce a forma di condor. Ci sforziamo di fare le foto, ma vogliamo solo scendere.

E che goduria la discesa. Lo zaino non pesa più e andiamo giù come treni. Non bisogna fermarsi ogni dieci passi per prendere fiato. Siamo leggeri, sereni e felici: ora sì che ci godiamo lo stratosferico paesaggio intorno a noi.
L’ultima cena al campo base è puro relax ed entusiasmo: raccontiamo aneddoti di quelle settimane con guide e altri alpinisti, già fantasticando sul prossimo progetto.
Testo: Giovanni Cappa
Progetto: Medical Pirates
Team: Paolo Rodi, Davide Pellegrini, Giovanni Cappa

Autore
Giovanni Cappa
Medico d’Emergenza-Urgenza
Giovanni Cappa fa parte dei Medical Pirates, un gruppo di medici, soccorritori e ricercatori.
I Medical Pirates fanno ricerca sulla fisiologia umana in ambienti estremi, combinando la passione per l’esplorazione con la competenza medica.
Divulgano argomenti spesso ignorati ma talvolta fatali per chi lavora o si avventura in questi ambienti.
Il terzo obiettivo è semplice e irrinunciabile: mangiare tanto e bene.
Sull’Aconcagua ha lavorato insieme a Paolo Rodi e Davide Pellegrini per studiare la risposta del corpo umano in alta quota.